Fatti essenziali

Nella notte di Halloween, a Moncalieri (Torino), un ragazzo di 15 anni con disabilità cognitiva è stato adescato e sequestrato da tre coetanei.
Secondo la ricostruzione giornalistica, il giovane sarebbe stato chiuso in una stanza, rasato a forza, ustionato con una sigaretta e costretto a immergersi in acqua, prima di riuscire a fuggire e chiedere aiuto.
La Procura per i minorenni di Torino ha aperto un’indagine per sequestro di persona e lesioni aggravate. I carabinieri stanno ricostruendo i movimenti del gruppo e verificando l’eventuale circolazione di riprese video dell’aggressione.


1️ Deumanizzazione e “morte sociale”: la premessa della crudeltà

La deumanizzazione è quel processo psicologico e morale che porta a percepire l’altro come “meno umano”, riducendo le barriere empatiche verso la violenza.
In criminologia, si parla spesso di social death o “morte sociale”: una forma di espulsione simbolica dalla comunità, in cui la vittima viene trattata come se non avesse più dignità né diritti.
È un passo preliminare — e spesso decisivo — verso la crudeltà.

Nel caso delle baby gang, la vittima viene etichettata come “diversa” o “inferiore” (per disabilità, aspetto, status sociale). Questo abbassa la soglia morale dei singoli e del gruppo.
La ricerca criminologica mostra che, quando il branco costruisce una narrazione disumanizzante, la violenza diventa “giustificabile” e perfino “divertente”.

Cos’è la morte sociale

Non è la morte fisica, ma la cancellazione simbolica della persona come soggetto sociale.
Nell’esperienza del branco, la “morte sociale” precede spesso le sevizie, che diventano una forma di rituale di esclusione.


2️ Ricerca di status e appartenenza: la violenza come performance

Per molti adolescenti, il gruppo rappresenta la principale arena identitaria.
All’interno di una baby gang, la violenza diventa una performance sociale: un modo per dimostrare forza, coraggio o lealtà al gruppo.
Compiere atti crudeli non serve solo a ferire, ma a conquistare status, visibilità e potere all’interno della gerarchia informale.

La gratuità apparente di certi gesti — come nel caso di Moncalieri — è solo un’illusione.
Dietro, c’è spesso il bisogno di riconoscimento e appartenenza: elementi che la famiglia o la scuola non sono più riuscite a fornire.


3️ Contagio sociale e amplificazione digitale: la violenza come spettacolo

Il fenomeno delle baby gang si alimenta anche di contagio sociale.
In criminologia si parla di social contagion, ossia la propagazione dei comportamenti attraverso il gruppo e i social network.
Con l’uso costante di smartphone, la violenza non è più solo agita, ma anche ripresa, condivisa e spettacolarizzata.

Il gesto violento diventa un contenuto virale, un modo per ottenere “like” e approvazione.
Le ricerche internazionali mostrano una correlazione tra esposizione mediatica alla violenza e imitazione: il branco impara osservando altri branchi.
La diffusione di video non solo amplifica il danno alla vittima — che subisce una revittimizzazione digitale — ma rafforza la logica del potere e dell’impunità.


Età sempre più bassa: l’allarme della devianza precoce

Le analisi criminologiche recenti indicano un progressivo abbassamento dell’età in cui emergono comportamenti violenti di gruppo.
Oggi si registrano casi anche tra preadolescenti, spesso privi di strumenti emotivi per comprendere la gravità delle proprie azioni.
La combinazione tra assenza di limiti educativi, esposizione precoce alla violenza online e ricerca di approvazione sociale crea un terreno fertile per l’escalation.
Un segnale d’allarme che chiama in causa famiglie, scuola e istituzioni.


Responsabilità dei genitori e ricadute familiari

Quando un figlio minorenne commette un reato, i genitori sono chiamati a rispondere dei danni.

Inoltre, sul piano umano e familiare, la sottoposizione di un figlio a un processo penale minorile rappresenta un trauma profondo.
Le indagini, le misure cautelari, gli incontri con i servizi sociali e gli psicologi del tribunale impattano su tutta la famiglia: spesso emergono sensi di colpa, conflitti genitoriali, isolamento sociale e paura del giudizio.
Il nucleo familiare entra, di fatto, in una “zona d’ombra” in cui ogni gesto è osservato e interpretato in chiave educativa.

Il percorso giudiziario del minore può — se gestito con consapevolezza — diventare anche un momento di rieducazione reale, ma richiede l’accompagnamento di professionisti (legali, psicologi, educatori) capaci di coniugare tutela, responsabilità e recupero.


Conclusione: rompere il silenzio

La violenza dei ragazzi ci spaventa, ma il silenzio degli adulti lo è ancora di più.
Se sei un genitore e temi che tuo figlio possa essere una vittima — o che stia partecipando a comportamenti violenti di gruppo — non restare solo.

Io, avv. Matteo della Pietra, e la criminologa Angelica Giancola lavoriamo da anni accanto a famiglie e ragazzi per riconoscere, prevenire e interrompere queste dinamiche.
Possiamo aiutarti a capire cosa sta accadendo — e come fermarlo, prima che diventi irreparabile.