Negli ultimi giorni due episodi distinti – a Bergamo e a Caivano – hanno riportato al centro dell’attenzione pubblica i tentativi di rapimento nei supermercati.
In entrambi i casi, un uomo ha cercato di sottrarre un bambino alla madre all’interno o all’esterno di un esercizio commerciale. In entrambi i casi, l’intervento immediato dei familiari e dei presenti ha impedito che l’azione si trasformasse in un sequestro consumato.
La cronaca è nota. Ma ciò che interessa davvero, in una prospettiva giuridica e criminologica, è comprendere che cosa qualificano questi fatti sul piano penale e soprattutto quale significato assumono sul piano comportamentale e sociale.
📌 I fatti accertati
Le informazioni diffuse dalle principali testate nazionali convergono su alcuni punti fermi:
a Bergamo, un uomo ha afferrato una bambina di circa 18 mesi tentando di trascinarla via; la minore ha riportato una frattura;
a Caivano, un uomo si è avvicinato a una madre sostenendo che il bambino non fosse suo e ha tentato di prenderlo con sé;
in entrambi i casi, l’azione è stata interrotta dall’intervento immediato di terzi;
sono stati eseguiti arresti con l’ipotesi di tentato sequestro di persona, aggravato dalla minore età delle vittime.
Non risultano – allo stato delle informazioni ufficiali – elementi che colleghino i due episodi tra loro. Si tratta di fatti distinti, verificatisi in contesti diversi.
Questa distinzione è fondamentale per evitare letture emotive o generalizzazioni improprie.
⚖️ Inquadramento giuridico: quando si configura il tentato sequestro di persona
Il sequestro di persona si realizza quando qualcuno priva un altro soggetto della libertà personale, anche per un tempo limitato.
Nel caso di specie, non vi è stata consumazione del reato perché i minori non sono stati effettivamente allontanati dal controllo genitoriale. Tuttavia, la legge punisce anche il tentativo, quando l’azione compiuta è concretamente idonea a produrre l’evento e manifesta in modo univoco l’intenzione di realizzarlo.
La presenza di un minore introduce un aggravamento significativo della responsabilità penale, per la particolare vulnerabilità della vittima.
Sul piano strettamente tecnico, dunque, la qualificazione ipotizzata dagli inquirenti appare coerente con l’impostazione codicistica.
Ma il dato normativo, da solo, non esaurisce la questione.
🔎 Cosa colpisce davvero: il contesto pubblico e la dinamica improvvisa
Ciò che rende questi tentativi di rapimento nei supermercati particolarmente destabilizzanti non è soltanto la giovane età delle vittime, ma il luogo.
Il supermercato è percepito come spazio ordinario, quotidiano, neutro.
Non è un luogo isolato. Non è un contesto marginale.
Quando un’azione del genere si verifica in uno spazio collettivo, il fatto assume un impatto simbolico più ampio: incrina la percezione di sicurezza diffusa.
In entrambi gli episodi emerge un elemento ricorrente:
l’azione è stata repentina,
priva di una relazione pregressa con la vittima,
realizzata in presenza di testimoni.
Questa modalità non è tipica dei sequestri organizzati o pianificati, ma si colloca piuttosto nell’ambito di condotte impulsive, disorganizzate o legate a una alterazione psichica o comportamentale.
È un’osservazione criminologica, non una diagnosi.
🧭 Analisi criminologica: tra impulso, disorganizzazione e controllo sociale
Dal punto di vista criminologico, tre aspetti meritano attenzione.
1️⃣ La dimensione impulsiva
Quando un soggetto tenta di sottrarre un minore in un luogo pubblico affollato, la probabilità di essere immediatamente fermato è altissima.
Questo elemento suggerisce:
scarsa pianificazione;
ridotta valutazione del rischio;
possibile stato di alterazione (alcool, disagio psichico, disturbo comportamentale).
Naturalmente, saranno gli accertamenti tecnici a chiarire le condizioni soggettive degli indagati.
2️⃣ L’assenza di finalità strutturate
Nei sequestri a scopo estorsivo o organizzato vi è:
preparazione,
studio del contesto,
fuga programmata.
Qui, invece, la condotta appare estemporanea.
La criminologa avv. Angelica Giancola evidenzia come, nei casi di sottrazione improvvisa in luoghi pubblici, l’elemento centrale sia spesso la distorsione percettiva del soggetto agente, più che una finalità economica o predatoria strutturata.
Si tratta di una categoria di comportamenti che richiede sempre una valutazione specialistica, evitando automatismi interpretativi.
3️⃣ Il ruolo decisivo del controllo sociale immediato
In entrambi gli episodi, l’intervento di:
genitori,
personale del supermercato,
altri clienti,
ha impedito l’esito più grave.
Questo dato conferma un principio noto nella letteratura criminologica:
la presenza di testimoni attivi e reattivi riduce drasticamente la probabilità di consumazione del reato.
Non è un dettaglio secondario.
📊 Percezione del fenomeno e rischio di amplificazione
È su questo punto che occorre maggiore cautela analitica.
Due episodi ravvicinati nel tempo, avvenuti in luoghi simili, sono sufficienti a generare la sensazione di un fenomeno in espansione. Tuttavia, la vicinanza temporale non equivale automaticamente a un aumento statistico del rischio.
La dinamica mediatica contemporanea tende a:
accostare casi distinti sotto un’unica etichetta narrativa;
riproporre immagini e formule lessicali ad alto impatto emotivo;
privilegiare la dimensione dell’allarme rispetto a quella dell’analisi comparativa.
Il risultato è un possibile effetto di sovra-generalizzazione: episodi tra loro non collegati vengono percepiti come manifestazione di una tendenza strutturata o di una “nuova emergenza”.
Sul piano criminologico questo processo è noto: la ripetizione mediatica rafforza la disponibilità cognitiva dell’evento nella memoria collettiva. Più un fatto è visibile e narrato, più viene percepito come frequente.
Il rischio non è minimizzare la gravità dei singoli episodi – che restano penalmente rilevanti e socialmente allarmanti – ma confondere l’eccezionalità con la regola.
In assenza di dati consolidati che indichino un incremento sistematico dei tentativi di sottrazione di minori in contesti commerciali, parlare di “fenomeno” richiede prudenza terminologica.
La responsabilità comunicativa, soprattutto quando sono coinvolti minori, è parte integrante della tutela collettiva: evitare narrazioni suggestive o cumulative significa non alimentare paure sproporzionate rispetto ai dati oggettivi.
Analizzare con rigore, distinguere i fatti, contestualizzare le informazioni: è questo l’unico modo per non trasformare la cronaca in percezione distorta del rischio.
Come avvocato penalista e insieme alla criminologa Angelica Giancola, ci occupiamo quotidianamente dell’analisi e della gestione di casi complessi che coinvolgono minori, dinamiche impulsive e reati contro la persona, con un approccio che integra rigore giuridico e lettura criminologica dei comportamenti.
Avv. Matteo della Pietra con il contributo della criminologa avv. Angelica Giancola