Dall’ipotesi di un reato all’uso delle chat AI per leggere il pensiero: limiti e rischi nel diritto penale
Una persona viene indagata per un reato, ipotizziamo un incendio. Nel corso delle indagini emergono i classici elementi: accertamenti tecnici, ricostruzione dei fatti, analisi dei dispositivi informatici. Oggi, però, si affaccia una domanda nuova: cosa rivelano le chat dell’indagato con sistemi di intelligenza artificiale?
L’uso delle chat AI nelle indagini penali è un tema sempre più rilevante. Introduce una possibile evoluzione delle indagini: non più soltanto la ricerca di tracce materiali, ma anche l’analisi delle tracce cognitive e narrative, cioè del modo in cui una persona pensa, formula domande e sviluppa ragionamenti. Questo articolo analizza le potenzialità e, soprattutto, i limiti di questo approccio.
In sintesi
Le chat con AI sono una forma di espressione personale più ricca rispetto ai dati digitali tradizionali.
Possono contribuire a costruire un quadro sulla persona, ma non dimostrano automaticamente fatti o responsabilità.
Esiste un rischio concreto: spostare il processo dai fatti alla personalità o alle intenzioni.
Dal caso ipotetico: incendio e assenza di tracce
Nel caso considerato, la difesa si fonda su un dato semplice: non emergono elementi materiali che colleghino l’indagato al fatto.
Nessun file, nessuna ricerca, nessun documento che faccia pensare a un interesse per incendi, combustione o dinamiche distruttive. Questo tipo di verifica è tradizionale, ma presenta un limite: i dati informatici sono spesso passivi e frammentari.
Non raccontano necessariamente cosa una persona pensa. Raccontano, al massimo, cosa ha conservato.
Se a questa analisi si aggiungesse la lettura delle chat con un sistema di intelligenza artificiale, il quadro cambierebbe.
Le chat non sono residui statici: sono processi di pensiero espressi in forma dialogica. Se, nel tempo, non emergesse alcun interesse per il tema dell’incendio — nessuna curiosità, nessuna domanda, nessuna simulazione — la difesa potrebbe sostenere qualcosa di più articolato:
non solo manca la traccia materiale, ma manca anche qualsiasi traccia di elaborazione mentale compatibile con quel tipo di condotta.
Si tratta di un argomento più incisivo sul piano logico, anche se non decisivo.
Chat AI nelle indagini penali: quali limiti
Il punto centrale è il cambio di prospettiva.
Tradizionalmente, le indagini si concentrano su fatti, comportamenti e dati oggettivi. Con l’intelligenza artificiale emerge una nuova dimensione: il modo in cui una persona costruisce e sviluppa i propri pensieri.
Le chat con AI sono continuative nel tempo, consentono di sviluppare ragionamenti complessi e riducono il filtro del giudizio sociale. Questo le rende particolarmente rilevanti sul piano conoscitivo.
Nel tempo, possono far emergere schemi ricorrenti, modalità decisionali, temi presenti e, soprattutto, temi completamente assenti.
In ambito penale, però, questo apre una questione delicata: fino a che punto è legittimo utilizzare elementi che riguardano la “personalità” dell’indagato?
Il limite giuridico: il processo riguarda i fatti, non la persona
Nel diritto penale vige un principio fondamentale: si giudica il fatto, non l’autore in quanto tale.
Le indagini sulla personalità sono un terreno sensibile e tradizionalmente circoscritto. Possono avere rilievo in ambiti specifici, ma non possono sostituire la prova del fatto.
Le chat con AI, proprio perché penetrano nella dimensione interna della persona, rischiano di spostare l’attenzione dal comportamento concreto al modo di pensare.
Questo passaggio, se non governato, può alterare l’equilibrio del processo.
Il rovescio della medaglia: il rischio di un processo sulle intenzioni
Lo stesso strumento che può rafforzare una difesa può operare, in senso opposto, anche sul piano accusatorio.
Se dalle chat emergessero interessi insistiti, curiosità tecniche o simulazioni legate a un certo tipo di condotta — nel caso ipotizzato, incendi o modalità di propagazione del fuoco — il pubblico ministero potrebbe utilizzarli per sostenere una maggiore compatibilità tra l’indagato e il fatto.
Si tratterebbe di un elemento più incisivo rispetto al semplice ritrovamento di file o ricerche isolate, perché le chat mostrano un’elaborazione attiva.
Proprio qui, però, emerge il rischio principale.
Le interazioni con l’intelligenza artificiale sono uno spazio di esplorazione. Una persona può formulare ipotesi, interrogarsi, simulare scenari anche estremi senza che questo si traduca in una reale intenzione di agire.
Il pericolo è quindi quello di uno slittamento verso un processo fondato non sui fatti, ma sulle intenzioni o su una presunta inclinazione personale.
In termini più generali, si rischia una lettura della responsabilità basata su ciò che una persona è o sembra essere, piuttosto che su ciò che ha fatto.
Tra potenzialità e rischi: uno strumento da usare con cautela
Le chat con AI rappresentano senza dubbio uno strumento conoscitivo potente.
Possono arricchire il quadro investigativo, rendere più coerente una ricostruzione ed evidenziare compatibilità o incompatibilità tra persona e condotta.
Ma non possono dimostrare autonomamente un fatto, sostituire le prove tradizionali o fondare un giudizio sulla sola personalità.
Il loro utilizzo richiede quindi un equilibrio preciso.
Uno sguardo oltre il processo
Il tema non si esaurisce nell’ambito penale.
Le stesse dinamiche che emergono nel processo — la capacità di leggere il pensiero, i bisogni, le modalità decisionali — esistono già nella società e nel mercato.
Le chat con intelligenza artificiale costituiscono dati altamente sensibili, che possono essere utilizzati per costruire profili estremamente dettagliati delle persone.
👉 Questo aspetto, con le sue opportunità e i suoi rischi, sarà approfondito nell’articolo:
Profilazione AI e dati personali: come le chat rivelano chi siamo
Conclusione
L’analisi delle chat con intelligenza artificiale introduce una prospettiva nuova nelle indagini: accanto alle tracce materiali, emergono le tracce cognitive.
Nel caso ipotizzato dell’incendio, questo può rafforzare una difesa o, al contrario, alimentare una lettura accusatoria.
Proprio per questo, il punto centrale non è tanto la potenza dello strumento, quanto il modo in cui viene utilizzato.
Il diritto penale si fonda sui fatti.
Ogni evoluzione tecnologica che avvicina l’indagine alla sfera interna della persona impone una cautela particolare, per evitare che il processo si trasformi, anche solo in parte, in un giudizio sulle intenzioni o sulla personalità.
Chi sono e di cosa mi occupo
L’avv. Matteo della Pietra si occupa di diritto penale e analisi delle nuove tecnologie applicate alle indagini, con particolare attenzione ai profili legati alla prova, alla tutela della persona e all’evoluzione degli strumenti digitali.
In questo ambito, lavora insieme alla criminologa avv. Angelica Giancola, approfondendo le dinamiche comportamentali e i riflessi che l’analisi dei dati può avere nella lettura dei fatti e nella costruzione della strategia difensiva.
👉 Per approfondire o richiedere supporto è possibile consultare la pagina dedicata alla consulenza criminologica e legale:
https://www.avvdellapietra.it/aeen_case_study/criminologia-con-lavv-angelica-giancola/