Avvocato Matteo della Pietra ascolta un uomo preoccupato per una possibile accusa di truffa

Il timore di essere accusati di truffa non nasce sempre da una convocazione o da un atto della Procura. Spesso sorge durante una discussione, quando la controparte pronuncia una delle frasi più comuni: «ti denuncio», «vado dai Carabinieri», «questa è una truffa». A quel punto è comprensibile domandarsi se una vendita non conclusa, un debito non pagato, un bonifico ricevuto o una promessa non mantenuta possano davvero avere conseguenze penali.

Molte accuse nascono da rapporti iniziati in modo normale e poi deterioratisi. Altre riguardano situazioni estranee a un contratto: richieste di denaro fondate su circostanze false, utilizzo di identità altrui, bonifici transitati su conti messi a disposizione di terzi. Essere accusati di truffa non significa essere colpevoli, ma neppure consente di liquidare la contestazione come un semplice equivoco. Questa pagina spiega come si difende chi è accusato, dove passa il confine tra reato e questione civile, quali errori evitare e cosa può fare chi teme una denuncia ancora prima di riceverla.

«Ti denuncio per truffa»: conviene rivolgersi subito a un avvocato?

Sì, e non è necessario attendere di essere formalmente indagati. Se la controparte annuncia una querela, invia una diffida in cui parla di truffa o pretende indietro una somma sostenendo di essere stata ingannata, una consulenza preventiva può chiarire se esista un concreto rischio penale e come muoversi.

In questa fase l’avvocato può esaminare i fatti, individuare la documentazione da conservare e valutare se e come rispondere. Una spiegazione impulsiva, un messaggio scritto sotto pressione o un’ammissione imprecisa possono essere poi utilizzati per sostenere l’accusa. La frase «ti denuncio», di per sé, non costituisce di norma una minaccia penalmente rilevante, perché rivolgersi all’autorità è un diritto: la valutazione cambia se viene usata per costringere l’altra parte a pagare somme non dovute o ad accettare condizioni estranee al rapporto originario.

Cosa deve essere provato per parlare di truffa?

L’art. 640 del codice penale richiede una sequenza precisa: devono esserci artifici o raggiri che inducono una persona in errore e la determinano a compiere un atto con conseguenze patrimoniali, procurando all’autore o ad altri un profitto ingiusto con danno della vittima. Non basta quindi non aver mantenuto un impegno, né aver concluso un affare andato male: serve un inganno che abbia falsato la decisione della persona offesa.

La difesa verifica ciascuno di questi passaggi: quale affermazione o comportamento avrebbe rappresentato falsamente la realtà, perché fosse idoneo a ingannare, quale pagamento ne sia derivato e chi abbia ottenuto il vantaggio. Va inoltre accertata la consapevolezza della persona accusata: aver ricevuto un bonifico, essere intestatari di un conto o aver preso parte a un segmento dell’operazione non dimostra di per sé di aver conosciuto e condiviso un progetto fraudolento.

Come si difende chi è accusato di truffa?

La difesa si costruisce con una ricostruzione tempestiva e completa dei fatti, perché documenti dispersi e ricostruzioni parziali rendono poi difficile dimostrare la correttezza della propria condotta. Il tempo, qui, lavora contro chi aspetta.

La prima verifica riguarda l’attribuzione della condotta. Nei casi online occorre accertare chi utilizzava davvero il telefono, l’e-mail, il profilo o il conto corrente impiegati: documenti, credenziali e rapporti bancari possono essere usati da terzi, talvolta con il consenso inconsapevole del titolare. Non di rado chi riceve un bonifico ha messo a disposizione il proprio conto senza conoscere l’origine delle somme, o è stato a sua volta ingannato e usato come intermediario: dimostrarlo è parte della difesa.

Il secondo punto riguarda l’inganno. La difesa può dimostrare che le informazioni fornite erano vere quando sono state comunicate, che riguardavano previsioni e non fatti certi, o che la persona offesa conosceva già la situazione reale e ha pagato per ragioni indipendenti dalle dichiarazioni contestate.

Su questo punto occorre però essere onesti fino in fondo, perché è qui che molte difese improvvisate si indeboliscono. L’assenza di documenti falsi o di una falsa identità non basta a escludere la truffa: anche una semplice menzogna può costituire raggiro quando è idonea a provocare l’errore, e persino il silenzio può rilevare quando non è mera inerzia ma serve a tenere la controparte in una rappresentazione falsa della realtà. È debole anche la difesa fondata solo sull’imprudenza della vittima: sostenere che avrebbe potuto controllare meglio non elimina l’inganno. Può invece contare dimostrare che la persona offesa conosceva il rischio, disponeva delle informazioni necessarie o aveva accettato l’incertezza dell’operazione.

Quando un contratto non eseguito diventa truffa?

La truffa contrattuale non è un reato a sé: è la comune truffa commessa dentro un rapporto contrattuale, quando l’inganno induce una parte a concludere un accordo che altrimenti non avrebbe concluso. Il punto difensivo essenziale è che la sola mancata esecuzione del contratto non dimostra la truffa: serve la prova del dolo iniziale, cioè che già al momento dell’accordo la persona avesse rappresentato una situazione falsa per ottenere ciò che la controparte non le avrebbe altrimenti consegnato.

Sul piano difensivo questo apre spazi concreti. L’inadempimento può dipendere da difficoltà economiche sopravvenute, indisponibilità dei materiali, ritardi dei fornitori, malattia o altri impedimenti non prevedibili, oppure può essere stato reso impossibile dalla stessa controparte, che non ha consegnato documenti, non ha versato gli acconti o ha modificato di continuo l’incarico. L’avvio della prestazione, le spese sostenute e le comunicazioni tempestive sulle difficoltà possono dimostrare che il contratto era nato senza un progetto fraudolento; particolare valore hanno i documenti formati mentre il rapporto era ancora in corso, prima che venisse prospettata la denuncia. Il quadro generale della truffa contrattuale è trattato nella pagina dedicata.

Conta anche la corretta qualificazione dei fatti: non tutto ciò che nel linguaggio comune si chiama truffa rientra nell’art. 640. Se il denaro viene trasferito mediante un intervento diretto e abusivo sul sistema informatico, per esempio, può venire in rilievo la frode informatica, reato diverso. Individuare con esattezza la norma applicabile è già parte della difesa.

Quali errori evitano di aggravare la posizione?

Alcune reazioni istintive, comprensibili in chi si sente accusato ingiustamente, sono tra le più pericolose. Vale la pena tenerle presenti fin dal primo momento:

  • Contattare chi accusa per spiegarsi, scusarsi o proporre di “sistemare tutto”: un messaggio o una restituzione improvvisata possono essere letti come ammissione e finire agli atti.
  • Presentarsi da soli a un interrogatorio o rendere dichiarazioni prima di aver esaminato con un avvocato ciò che viene contestato e su quali prove si fonda.
  • Cancellare conversazioni, modificare documenti o predisporre prove a posteriori: si rischia di far sparire proprio gli elementi che dimostrano la trasparenza del rapporto, oltre a esporsi a ulteriori conseguenze.
  • Concordare con altre persone una versione comune dei fatti.

Restituire il denaro fa venire meno la truffa?

No, la restituzione non cancella automaticamente un reato eventualmente già commesso. Può però assumere rilievo nella valutazione del danno, nelle iniziative riparatorie e, quando il reato è procedibile a querela, nella ricerca di un accordo; la procedibilità dipende dall’ipotesi concreta e dalle eventuali aggravanti, e va verificata caso per caso. Tempi, modalità e contenuto di un’eventuale proposta vanno valutati con attenzione: un pagamento non equivale a un’ammissione, ma una comunicazione formulata male può essere letta in quel senso, e la controparte non va mai messa sotto pressione perché rinunci alla denuncia.

E se a sbagliare è chi accusa?

Dall’esame dei fatti può emergere non solo che manca la truffa, ma che alcune condotte della controparte meritano a loro volta una valutazione. Possono avere rilievo minacce di un male ingiusto, comunicazioni offensive diffuse ad altre persone e perciò potenzialmente diffamatorie, oppure il tentativo di usare la prospettata denuncia per ottenere somme non dovute o rinunce estranee al rapporto.

Cosa fare se si teme o si riceve una denuncia per truffa

Contratti, preventivi, annunci, chat, e-mail, fatture, movimenti bancari e prove delle attività svolte vanno conservati integralmente e senza alterazioni. Se arriva una convocazione, un avviso di garanzia, un decreto di perquisizione o l’avviso di conclusione delle indagini, è opportuno esaminare gli atti prima di rendere qualsiasi dichiarazione. Quando esistono ragioni concrete per ritenere che una querela sia già stata presentata, può essere valutata una richiesta ai sensi dell’art. 335 c.p.p. per conoscere eventuali iscrizioni comunicabili; una risposta negativa non offre però certezza assoluta, perché l’iscrizione potrebbe non essere ancora avvenuta o non essere comunicabile in quella fase.

Le fasi che precedono il processo non sono un’attesa passiva: sono spesso il momento in cui la difesa incide di più. Con l’avviso di conclusione delle indagini l’indagato ha venti giorni per esaminare gli atti, presentare memorie difensive, produrre documenti, chiedere nuove indagini o farsi interrogare, e in questa fase il pubblico ministero può ancora chiedere l’archiviazione. È qui che gli elementi capaci di dimostrare la trasparenza del rapporto e l’assenza di un inganno iniziale possono evitare del tutto il processo.

Quando rivolgersi a un avvocato

Il momento giusto può essere anche anteriore alla denuncia, quando nasce il timore concreto che una controversia o un’operazione economica possa assumere rilievo penale. Una valutazione tempestiva consente di capire cosa viene realmente contestato, conservare gli elementi utili ed evitare iniziative capaci di peggiorare la situazione.

L’avv. Matteo della Pietra assiste chi è indagato o accusato di truffa e chi teme di esserlo, esaminando la condotta delle persone coinvolte, la provenienza e la destinazione del denaro, le comunicazioni e la documentazione disponibile per valutare se la vicenda abbia davvero rilievo penale o resti sul piano civile. L’avv. Matteo della Pietra ha lo Studio a Udine e a San Giorgio di Nogaro.

Se temi che una vicenda possa avere sviluppi penali, oppure hai già ricevuto una querela, un invito a rendere interrogatorio o un avviso di conclusione delle indagini, è possibile esaminare i documenti e valutare quali iniziative possono essere ancora intraprese. Nella pagina dedicata alle truffe sono illustrati gli elementi del reato, le forme più frequenti di inganno e gli strumenti utilizzabili da chi ritiene di averlo subito.