Donna preoccupata con lo smartphone osserva l’ex partner fermo all’esterno della sua abitazione

La fine di una relazione o di un’unione civile non sempre chiude davvero i rapporti. Quando l’ex partner continua a scrivere, telefonare, presentarsi sotto casa o cercare contatti attraverso conoscenti comuni, la domanda che si pone chi subisce questi comportamenti è sempre la stessa: si tratta ancora di insistenza, oppure è già reato? Non ogni messaggio sgradito integra il delitto di atti persecutori, ma quando le condotte si ripetono nel tempo e provocano un perdurante stato di ansia, paura per la propria incolumità o la necessità di cambiare abitudini di vita, la situazione richiede attenzione e, se il pericolo è concreto, un intervento immediato. Questa pagina spiega quando si parla di stalking in senso giuridico, quali prove è utile conservare e quali strumenti di tutela sono concretamente disponibili.

Quando i comportamenti di un ex partner possono diventare stalking?

Si parla di atti persecutori, disciplinati dall’art. 612-bis del codice penale, quando una persona pone in essere condotte reiterate di minaccia o molestia capaci di causare almeno uno di questi effetti: un perdurante e grave stato di ansia o paura, un fondato timore per la propria incolumità o per quella di una persona vicina, oppure la costrizione ad alterare le proprie abitudini di vita. Non è necessario che si verifichino tutti insieme: la giurisprudenza più recente ha chiarito che ne basta uno solo, purché effettivamente prodotto dalle condotte subite. Il reato è punito con la reclusione da uno a sei anni e sei mesi. Un singolo episodio, per quanto sgradevole, non è di regola sufficiente: serve la reiterazione, cioè una sequenza di condotte collegate tra loro, anche se diverse per forma e intensità.

Quali comportamenti ricorrono più spesso dopo la fine di una relazione?

Dopo la separazione o la rottura di un’unione civile, le condotte persecutorie assumono spesso un andamento altalenante: momenti in cui l’ex partner chiede di riprendere il rapporto si alternano a messaggi ostili, svalutanti o minacciosi. Questa oscillazione non esclude la rilevanza penale delle condotte: anzi, può far parte dello stesso schema persecutorio, perché il tentativo di riavvicinamento e la minaccia servono entrambi a mantenere un controllo sulla vita dell’altra persona.

I canali attraverso cui si manifestano queste condotte sono in genere:

  • messaggi, telefonate e chiamate ripetute, anche da numeri diversi;
  • appostamenti o presenze non giustificate nei pressi dell’abitazione, del luogo di lavoro o della nuova casa;
  • danneggiamenti a beni personali, come l’automobile;
  • contatti indiretti tramite familiari, amici comuni o colleghi;
  • profili social usati per controllare, commentare o contattare nuovamente la persona nonostante il blocco.

Quando la persona offesa cambia abitazione, numero di telefono o percorsi abituali proprio per sottrarsi a queste condotte, questo elemento può assumere rilievo ai fini della configurabilità del reato, perché documenta in modo concreto l’alterazione delle abitudini di vita richiesta dalla norma.

La relazione con l’ex partner aggrava la posizione dell’autore delle condotte?

Sì: la pena per il reato di atti persecutori è aumentata quando il fatto è commesso dal coniuge, anche se separato o divorziato, o da una persona che è o è stata legata alla vittima da una relazione affettiva. La legge riconosce così che l’abuso della fiducia costruita durante la relazione rende la condotta più grave. La pena è aumentata anche quando le persecuzioni avvengono attraverso strumenti informatici o telematici, come messaggistica, social network o email: è la situazione tipica del cyberstalking, sempre più frequente proprio nelle vicende tra ex partner.

Quali prove è importante conservare?

La possibilità di ottenere tutela dipende in larga parte dalla capacità di documentare la reiterazione e la progressione delle condotte. È utile conservare, senza modificarli:

  • messaggi, email e messaggi vocali, con data, orario e mittente ben visibili;
  • registro delle chiamate ricevute, anche se non risposte;
  • fotografie o video di danneggiamenti, appostamenti o altri episodi;
  • eventuali referti medici o accessi al pronto soccorso collegati agli episodi;
  • un diario cronologico degli eventi, con date, luoghi, testimoni presenti ed eventuali interventi delle forze dell’ordine.

Cancellare messaggi per non doverli rileggere, cambiare subito numero o chiudere un account sono scelte comprensibili, ma possono far perdere elementi che in seguito risultano decisivi per ricostruire la sequenza delle condotte. Prima di compiere questi passaggi è preferibile valutare come mettere al sicuro le prove, senza che questo significhi restare esposti al contatto con l’autore delle condotte.

Querela o ammonimento del Questore: quale scegliere?

Sono due strumenti diversi, non equivalenti. Il reato di atti persecutori è normalmente punibile a querela della persona offesa, da presentare entro sei mesi dal fatto; la remissione della querela può avvenire solo in sede processuale ed è comunque esclusa quando il fatto è stato commesso con minacce reiterate particolarmente gravi. L’ammonimento del Questore, invece, è una misura amministrativa di prevenzione, prevista dall’art. 8 del d.l. 11/2009: può essere richiesto dalla persona offesa prima di presentare querela, sulla base di elementi che rendano verosimili le condotte, senza necessità di una prova piena come quella richiesta nel processo penale. Se le condotte proseguono dopo l’ammonimento, il reato diventa procedibile d’ufficio, senza bisogno di una nuova querela, e la pena è aumentata. Attenzione però a un punto spesso frainteso: se la querela è già stata presentata, non è più possibile chiedere l’ammonimento per gli stessi fatti. La scelta tra i due strumenti, e l’eventuale ordine con cui utilizzarli, va quindi valutata caso per caso, tenendo conto della fase in cui si trovano le condotte e del livello di rischio percepito.

Cosa fare se il pericolo è immediato?

Quando ci sono minacce concrete, un’aggressione, l’accesso all’abitazione o al luogo di lavoro, un pedinamento in corso o segnali di rapida escalation, la priorità è la sicurezza personale: la situazione richiede il contatto immediato con le forze dell’ordine o il numero unico di emergenza 112, prima ancora di occuparsi delle prove o degli strumenti legali. In questi momenti non è opportuno cercare un confronto diretto con l’autore delle condotte, proporre un incontro chiarificatore o inviare messaggi che possano esporre a un rischio ulteriore.

Quando è utile rivolgersi a un avvocato

Rivolgersi a un avvocato può essere utile già nelle prime fasi, per capire se le condotte subite integrano il reato di atti persecutori, quali prove servono e quale strumento di tutela è più adeguato al momento specifico. Nei casi in cui la dinamica persecutoria presenta segnali di progressiva intensificazione, l’avv. Matteo della Pietra può avvalersi, quando è utile al caso, della collaborazione della criminologa avv. Angelica Giancola per la lettura dei fattori di rischio legati all’escalation delle condotte.

Chi si trova in una situazione di questo tipo può esaminare insieme all’avvocato la sequenza dei fatti e le prove disponibili, per valutare se sia più opportuno richiedere l’ammonimento del Questore, presentare querela o attivare entrambi gli strumenti nell’ordine corretto. L’avv. Matteo della Pietra ha lo Studio a Udine e a San Giorgio di Nogaro.

Approfondimenti dal blog. Per riconoscere quando i contatti di un ex diventano persecutori e come muoversi, puoi leggere cosa fare quando la separazione diventa persecuzione e il caso della sorveglianza dell’ex con un drone a Moggio Udinese. Sul controllo digitale vedi quando spiare i messaggi del partner diventa violenza; per inquadrare segnali e forme di controllo, come riconoscere la violenza relazionale e l’ossessione amorosa e il rifiuto come detonatore.