I genitori organizzano su un calendario i tempi di permanenza dei figli.

Quando una famiglia si divide, la domanda pratica arriva subito: chi resta nella casa e chi se ne va? La casa nido rovescia la risposta abituale, perché a spostarsi non sono i figli ma i genitori.

Nella casa nido i figli continuano a vivere nell’abitazione familiare, mentre sono i genitori ad alternarsi secondo un calendario. La soluzione può conservare ai figli lo stesso ambiente domestico, ma non rappresenta una forma autonoma di affidamento e non costituisce il modello ordinario dopo una separazione.

Può funzionare soltanto se è sostenibile sul piano economico, organizzativo e relazionale. Non modifica la proprietà della casa, non elimina automaticamente l’assegno di mantenimento e richiede regole molto più precise di quanto possa sembrare.

Come funziona la casa nido?

I figli rimangono nella casa nella quale hanno vissuto, conservando la propria camera, gli oggetti personali e i consueti percorsi verso scuola e attività. I genitori entrano ed escono dall’abitazione secondo il calendario stabilito, spesso con turni settimanali.

La casa nido, chiamata anche nesting, riguarda quindi il collocamento e l’organizzazione abitativa dei figli. L’affidamento può restare condiviso, mentre ciascun genitore esercita la responsabilità quotidiana durante il proprio turno.

Non esiste un calendario previsto dalla legge. L’alternanza può essere settimanale oppure seguire tempi diversi, purché risponda alle esigenze dei figli e sia concretamente attuabile.

La casa familiare viene davvero assegnata ai figli?

No, almeno non nel senso della proprietà. Quando si legge che la casa viene “assegnata ai figli”, si utilizza una formula sintetica per indicare che sono loro a rimanervi stabilmente.

L’immobile continua ad appartenere al proprietario o ai comproprietari. Restano invariati anche il mutuo, il contratto di locazione e gli altri rapporti patrimoniali. Il provvedimento o l’accordo disciplina invece chi può utilizzare l’abitazione e in quali periodi.

Alcune decisioni hanno parlato di assegnazione ai figli; altre hanno attribuito il godimento dell’intera casa a entrambi i genitori, in via alternata ed esclusiva durante il rispettivo turno. La formulazione deve essere esaminata con attenzione, anche per la trascrizione del provvedimento, le spese e i rapporti con eventuali terzi. La disciplina generale è approfondita nella pagina dedicata all’assegnazione della casa familiare dopo la separazione o il divorzio.

La casa nido elimina l’assegno di mantenimento?

No. La rotazione dei genitori e la parità dei tempi non comportano automaticamente il solo mantenimento diretto.

Durante il proprio turno ciascun genitore sostiene normalmente le spese quotidiane dei figli. Può però essere necessario anche un contributo periodico quando i redditi sono diversi, le spese fisse gravano prevalentemente su uno dei genitori o la ripartizione diretta non realizza il principio di proporzionalità.

Devono essere regolati anche spese straordinarie, assegno unico, costi scolastici, abbigliamento e acquisti destinati a rimanere nella casa. Il tema non si risolve con la formula “una settimana ciascuno, quindi nessuno paga”: tempi di permanenza e mantenimento dei figli sono collegati, ma non coincidono.

Che cosa dice la giurisprudenza sulla casa nido?

Non esiste una regola che consenta di applicarla automaticamente. Una decisione della Cassazione del 2023 ha indicato che una simile organizzazione presuppone «una seria e concordata organizzazione dei genitori a ciò funzionale».

Diversi tribunali l’hanno disposta, in qualche caso anche tra genitori in forte conflitto. Sono soluzioni discusse. In un caso, dopo la conferma della rotazione in appello, sono stati gli stessi genitori a chiedere di tornare indietro, perché la gestione condivisa della casa aveva alimentato nuove difficoltà.

Quanto costa realmente la casa nido?

Servono normalmente tre sistemazioni: la casa dei figli e un alloggio per ciascun genitore quando non è di turno.

I genitori potrebbero condividere anche il secondo alloggio, alternandosi tra due sole case, ma questa variante richiede ancora più collaborazione, perché entrambi continuano a utilizzare gli stessi spazi anche fuori dalla casa familiare.

Vanno inoltre considerati utenze, condominio, manutenzione, pulizie, generi alimentari, oggetti personali e costi degli alloggi alternativi. La casa nido può reggere come soluzione temporanea, ma spesso diventa molto onerosa se protratta senza una scadenza.

Quali regole devono essere stabilite?

Un accordo sulla sola alternanza settimanale non è sufficiente. Occorre disciplinare almeno:

  • spese, utenze, pulizie e manutenzione della casa;
  • acquisti per i figli e gestione dei beni comuni;
  • spazi riservati agli effetti personali di ciascun genitore;
  • consegna delle chiavi e passaggio da un turno all’altro;
  • accesso di parenti, ospiti ed eventuali nuovi partner;
  • emergenze, variazioni del calendario e periodi di vacanza;
  • durata della sperimentazione, verifica e soluzione alternativa.

È prudente stabilire fin dall’inizio che cosa accadrà se il modello non funzionerà. Una clausola di verifica dopo alcuni mesi evita che un’organizzazione nata come esperimento diventi una fonte indefinita di contestazioni.

La casa nido è adatta ai genitori in conflitto?

Di regola no. Una conflittualità elevata rende la casa nido particolarmente fragile, perché pulizie, spese, oggetti spostati, alimenti lasciati in frigorifero e accessi all’abitazione si trasformano in occasioni continue di controllo e contestazione.

Prima di scegliere questa strada conviene quindi guardare non alle intenzioni ma ai comportamenti già tenuti: come sono state gestite finora le spese comuni, che cosa è successo l’ultima volta che uno dei due ha dovuto cambiare programma, se le comunicazioni riescono a restare sui figli. Sono indizi più affidabili di qualsiasi dichiarazione di buona volontà.

In presenza di violenza domestica, controllo coercitivo o paura, continuare a utilizzare alternativamente la stessa abitazione può esporre la persona e i figli a ulteriori interferenze e normalmente non costituisce una soluzione adeguata. Se esiste un pericolo immediato, la priorità è mettersi al sicuro e chiamare subito le forze dell’ordine.

Come si può formalizzare la casa nido?

La casa nido può essere inserita in un accordo di separazione o divorzio. Anche i genitori non sposati possono regolare consensualmente affidamento e mantenimento mediante negoziazione assistita, con un avvocato per ciascun genitore e la verifica del pubblico ministero.

Se esiste già un provvedimento, una sperimentazione informale non sostituisce le condizioni vigenti: la modifica va formalizzata, soprattutto quando incide su collocamento, uso della casa e mantenimento. È utile raccogliere prima il titolo di proprietà o il contratto di locazione, la documentazione del mutuo e delle spese, gli orari di lavoro, il calendario dei figli e gli eventuali provvedimenti già emessi.

I criteri generali su affidamento, collocamento e organizzazione dei tempi sono trattati nella pagina dedicata all’affidamento dei figli e ai tempi con ciascun genitore. L’avv. Matteo della Pietra si occupa di separazione, divorzio e fine della convivenza e ha lo Studio a Udine e a San Giorgio di Nogaro. Per valutare se la casa nido possa funzionare nella situazione concreta, è possibile contattare l’avv. della Pietra portando la documentazione abitativa, economica e familiare disponibile.