Figlio non vuole uscire con il padre mentre la madre cerca di gestire la situazione.

Quando un figlio rifiuta un genitore, nel conflitto compare spesso l’accusa di “alienazione parentale”: il ragazzo sarebbe stato condizionato dall’altro genitore fino a interrompere la relazione. La risposta essenziale è questa: la sindrome di alienazione parentale, indicata anche con la sigla PAS, non è una diagnosi clinica riconosciuta e non può spiegare automaticamente il rifiuto.

Questo non significa che non possano esistere comportamenti diretti a screditare o allontanare l’altro genitore. Significa che il giudice e i professionisti coinvolti devono accertare fatti concreti, ricostruire le possibili cause del rifiuto e valutarne le conseguenze sul figlio, senza partire da un’etichetta.

Nell’articolo su cosa accade quando un figlio rifiuta di vedere un genitore sono spiegati gli strumenti processuali e le iniziative possibili. Qui approfondiamo il problema specifico della PAS e del suo uso nelle controversie familiari.

La PAS è una diagnosi clinica riconosciuta?

No. L’Organizzazione mondiale della sanità ha deciso di non includere il concetto e la terminologia della “parental alienation” nell’ICD-11, la classificazione internazionale delle malattie, perché non si tratta di un termine sanitario.

L’OMS sull’alienazione parentale precisa però che determinati problemi nella relazione tra il figlio e chi si prende cura di lui possono richiedere attenzione clinica. La mancata inclusione della PAS non equivale quindi a negare l’esistenza di relazioni familiari disfunzionali, condizionamenti o forme di maltrattamento psicologico.

Occorre distinguere la PAS, intesa come specifica sindrome attribuita al figlio o a un genitore, dalle condotte ostative, denigratorie o manipolative che possono essere osservate e provate. Il rifiuto del figlio costituisce invece un comportamento da comprendere, che può avere origini differenti. Confondere questi piani porta a conclusioni affrettate.

Il rifiuto del figlio dimostra che è stato manipolato?

No. Il rifiuto non dimostra da solo né la manipolazione del genitore con cui il figlio vive né l’inadeguatezza del genitore rifiutato.

Tra le ipotesi da verificare possono esserci:

  • paura derivante da violenza, trascuratezza o esperienze negative;
  • condotte svalutanti o pressioni esercitate dall’altro genitore;
  • una relazione già fragile, segnata da assenze o scarsa partecipazione;
  • esposizione continua al conflitto tra gli adulti;
  • un conflitto di lealtà;
  • reazioni legate all’età, all’adolescenza o ai cambiamenti familiari;
  • interferenze di familiari o di altre persone significative;
  • una combinazione di più fattori.

Sono cause che possono coesistere e che richiedono risposte differenti. Per questo non è corretto partire dalla conclusione che il figlio sia stato manipolato e cercare soltanto elementi che la confermino.

Cosa deve accertare il giudice?

Il giudice deve verificare quali comportamenti siano realmente avvenuti, per quali ragioni il figlio abbia interrotto o limitato i rapporti e quali conseguenze siano derivate dalla situazione.

La giurisprudenza mantiene insieme due principi. Da un lato, non è sufficiente descrivere un genitore come “alienante”, “malevolo” o manipolatore. Un’etichetta non dimostra i fatti e non può giustificare da sola il trasferimento del figlio, l’interruzione dei rapporti con il genitore presso il quale vive o altri interventi particolarmente invasivi.

Dall’altro, condotte ostative gravi, ripetute e dimostrate non sono irrilevanti. Possono assumere rilievo, per esempio, la denigrazione sistematica dell’altro genitore davanti al figlio, l’organizzazione abituale di impegni durante i suoi giorni, l’esclusione dalle informazioni scolastiche o sanitarie e la presentazione degli incontri come pericolosi senza elementi concreti.

Conta anche la sequenza dei comportamenti. Un singolo appuntamento saltato può avere una spiegazione; una serie di incontri impediti, accompagnata da giustificazioni contraddittorie e messaggi svalutanti, può assumere un significato diverso.

Quando comportamenti di questo tipo risultano provati e producono un pregiudizio per il figlio, il giudice può adottare prescrizioni, misure sanzionatorie o modificare i provvedimenti su affidamento e collocamento. La risposta non è automatica: deve essere proporzionata alla gravità dei fatti e all’interesse concreto del minore.

Come dovrebbe essere svolta una valutazione di psicologia forense?

Una valutazione forense non dovrebbe cercare semplicemente di stabilire chi sia il “genitore alienante”. Anche le indicazioni interdisciplinari sui problemi di contatto tra genitori e figli invitano a evitare qualificazioni immediate e a verificare spiegazioni alternative. Occorre quindi ricostruire la storia familiare, esaminare le interazioni e confrontare fonti differenti.

Quando viene disposta una consulenza psicologica, gli esami della personalità devono essere limitati agli aspetti che incidono direttamente sulle capacità genitoriali e devono fondarsi su metodologie riconosciute dalla comunità scientifica. Il consulente deve inoltre tenere distinti i fatti osservati direttamente, le dichiarazioni rese dai genitori, dal figlio e dalle altre persone ascoltate e le proprie valutazioni professionali.

Un colloquio isolato, un test o la semplice ripetizione delle parole utilizzate dal figlio non sono sufficienti a ricostruire una dinamica tanto complessa. Anche l’ascolto del minore deve servire a comprenderne l’esperienza, non a ottenere una dichiarazione da utilizzare contro uno dei genitori.

Se dietro il rifiuto ci sono violenza o paura

La possibilità di violenza domestica, maltrattamenti o controllo coercitivo deve essere esaminata prima di interpretare il rifiuto come una conseguenza della manipolazione.

La violenza non può essere ridotta a semplice alta conflittualità. Il giudice della famiglia deve valutare autonomamente gli episodi allegati e la loro incidenza sul figlio. L’eventuale procedimento penale costituisce un elemento importante, ma non sostituisce l’accertamento necessario nel procedimento familiare.

Anche gli interventi diretti a recuperare la relazione devono essere preceduti da una verifica della sicurezza. Ripristinare rapidamente gli incontri senza avere chiarito l’origine della paura può aumentare il disagio e la vittimizzazione del minore.

In presenza di un pericolo attuale, aggressioni o minacce concrete, la priorità è mettersi in sicurezza e rivolgersi immediatamente alle forze dell’ordine.

Il contributo di Angelica Giancola

Nei casi caratterizzati da rifiuto, accuse di manipolazione e possibile violenza, il contributo della criminologa e psicologa giuridica Angelica Giancola, che collabora con l’avv. Matteo della Pietra, può essere utile per organizzare e leggere le sequenze comportamentali.

L’analisi riguarda la frequenza degli episodi, il loro contesto, le eventuali escalation e gli effetti osservabili. Serve inoltre a distinguere il conflitto reciproco dalle condotte deliberatamente ostative, dal controllo coercitivo e dalla violenza.

Questo contributo non sostituisce la valutazione clinica o la decisione del giudice e non è finalizzato ad attribuire una sindrome. Può invece aiutare a trasformare accuse generiche in una ricostruzione cronologica fondata su comportamenti e documenti verificabili.

Quali documenti conviene raccogliere?

Per ricostruire il problema sono normalmente utili:

  • i provvedimenti vigenti su affidamento, collocamento e incontri;
  • una cronologia essenziale degli appuntamenti rispettati e saltati;
  • le conversazioni complete tra i genitori, conservate con date e contesto;
  • le proposte formulate per riprendere gradualmente i rapporti;
  • le comunicazioni provenienti da scuola, servizi o professionisti sanitari;
  • le relazioni già depositate e gli eventuali atti della consulenza tecnica.

Non è opportuno selezionare soltanto i messaggi favorevoli alla propria ricostruzione o sommergere il procedimento con ogni comunicazione sgradevole scambiata durante la separazione. Occorre conservare le conversazioni complete e individuare gli episodi che permettono di comprendere la continuità, la frequenza e le conseguenze dei comportamenti.

Non si dovrebbe neppure interrogare ripetutamente il figlio, registrarlo in modo invasivo, mostrargli gli atti o chiedergli di raccogliere informazioni sull’altro genitore.

Come valutare un’accusa di alienazione parentale

Un’accusa di alienazione parentale deve essere tradotta in fatti: chi avrebbe compiuto quale comportamento, quando, con quale frequenza e con quali conseguenze sul figlio. Allo stesso modo, un rifiuto attribuito a paura o violenza richiede che gli episodi riferiti siano esaminati senza pregiudizi e senza attendere che il rapporto si interrompa definitivamente.

I criteri generali per regolare o modificare affidamento, collocamento prevalente e tempi con ciascun genitore sono approfonditi nella relativa sottopagina.

L’avv. Matteo della Pietra ha lo Studio a Udine e a San Giorgio di Nogaro e si occupa di separazioni e rapporti tra genitori e figli. Per valutare una situazione di rifiuto è utile esaminare tempestivamente i provvedimenti già emessi, la cronologia degli episodi e la documentazione disponibile, evitando iniziative che possano aggravare il conflitto o coinvolgere ulteriormente il figlio.